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autore
brano
 
Apuleio
Della magia, 63
 
originale
 
[63] Tertium mendacium uestrum fuit macilentam uel omnino euisceratam formam diri cadaueris fabricatam, prorsus horribilem et larualem. quodsi compertum habebatis tam e[n]uidens signum magiae, cur mihi ut exhiberem non denuntiastis? an ut possetis in rem absentem libere mentiri? cuius tamen falsi facultas opportunitate quadam meae consuetudinis uobis adempta est. nam morem mihi habeo, qu[o]quo eam, simulacrum alicuius dei inter libellos conditum gestare eique diebus festis ture et mero et aliquando uictima[s] supplicare. dudum ergo cum audire[m] sceletum perquam impudenti mendacio dictitari, iussi, curriculo iret aliquis et ex hospitio meo Mercuriolum afferret, quem mihi Saturninus iste Oeae fabricatus est. cedo tu eum, uideant, teneant, considerent. em uobis, quem scele[s]tus ille sceletum nominabat. auditisne reclamationem omnium qui adsunt? auditisne mendacii uestri damnationem? non uos tot calumniarum tandem dispudet? hiccine est sceletus, haeccine est larua, hoccine est quod appellitabatis daemonium? magicumne istud an sollemne et commune simulacrum est? accipe quaeso, Maxime, et contemplare; bene tam puris et tam piis manibus tuis traditur res consecrata. em uide, quam facies eius decora et suci palaestrici plena sit, quam hilaris dei uultus, ut decenter utrimque lanugo malis deserpat, ut in capite crispatus capillus sub imo pillei umbraculo appareat, quam lepide super tempora pares pinnulae emineant, quam autem festiue circa humeros uestis substricta sit. hunc qui sceletum audet dicere, profecto ille simulacra deorum nulla uidet aut omnia neglegit; hunc denique qui laruam putat, ipse est laruans.
 
traduzione
 
Terza menzogna: ch'io mi sia fatto scolpire la figura macilenta, anzi interamente scarnita, di un cadavere spaventoso, orribile e spettrale. Ma se avevate trovato una prova cos? evidente di magia, perch? non mi avete intimato di esibirla? Forse per potere liberamente mentire in assenza dell'oggetto? Ma questa possibilit? di falso vi ? tolta da una certa mia provvidenziale consuetudine. ? mio costume, dovunque io vada, portare con me, tra le mie carte, l'immagine di un dio e nei giorni festivi supplicarla con offerta di incenso, di vino e a volte con una vittima. Poco fa, sentendo che si continuava a parlare con spudoratissima menzogna di uno scheletro, ordinai che si andasse a prendere subito dal mio albergo il piccolo Mercurio che Saturnino, questo qui, ha scolpito per me in Oea. (Si rivolge al domestico che ha portato dall'albergo la statuetta.) Dai qua: lo guardino, lo tengano in mano, lo scrutino. Eccovi ci? che quello scellerato chiamava uno scheletro. (Si rivolge agli avversari.) Avete udito le proteste di tutti i presenti? Avete udito la condanna della vostra menzogna? E non vi brucia la faccia per tante calunnie? Questo ? uno scheletro? Questo ? uno spettro? Questo ? quello che chiamavate un demonio? ? un simulacro magico, questo qui, o non ? piuttosto una delle sacre e comuni immagini? Prendilo, ti prego, Massimo, e osservalo bene. Alle tue mani pure e pietose bene si consegna un oggetto consacrato. Vedi come la sua faccia sia bella e piena del vigore della palestra, quanta gioia serena nel volto del dio, con qual grazia la nascente lanugine gli serpeggia per le gote, come nel capo i capelli ricciuti appariscono sotto l'orlo estremo del pileo, quanta leggiadria in quelle alette che si drizzano uguali sulle tempie, quanta piacevolezza nella veste che gli si annoda alle spalle. Chi osa chiamare questo qui uno scheletro, per certo non ha visto alcuna delle immagini divine o le disprezza tutte quante. Chi crede questa una larva, le fa lui le larve.
 

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